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INTERVISTE – Basket, Valerio Bianchini: “Quel magico triennio 1983-84-85”

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Personaggio di assoluto spessore sportivo, umano e culturale: un maestro che ha cresciuto generazioni di campioni.

E che ha vinto tutto in campo nazionale ed internazionale. L’incontro con il “Vate” della pallacanestro, Valerio Bianchini, è l’occasione per ricordare i fasti sportivi di Roma nel magico triennio del 1983-84-85 quando Roma diventa prima la capitale del basket in Italia, poi s’impone anche in Europa ed infine è “Roma Caput Mundi” con la conquista di una memorabile Coppa Intercontinentale in Brasile.

“La città di Roma – sottolinea Valerio Bianchini – viveva in quegli inizi anni ’80 una sorta di rinascita non solo in campo sportivo: possiamo definire quell’epoca il Rinascimento di Roma, perché si respirava aria nuova, sul piano strutturale ed economico nascevano nuovi investimenti. Nello sport c’era da scardinare il potere milanese di quella “Milano da bere” che s’imponeva  nei settori politico, economico ed industriale. Mai in precedenza il titolo di Campioni d’Italia era uscito dal quadrilatero Milano-Bologna-Cantù-Varese. Mettemmo storicamente in piedi una battaglia mediatica parallela a quella del campo: Roma sfidava  l’egemonia di Milano dentro e fuori il rettangolo di gioco. Memorabili anche i duelli mediatici tra me e Dan Peterson attraverso i quali davamo lavoro ed ispirazione ai giornalisti”.

Con l’imprenditore Eliseo Timò alla presidenza societaria: “Un grande manager – ricorda Bianchini – pur non venendo direttamente dallo sport, dimostrò di sapere gestire il gruppo dirigenziale e tecnico con grande competenza”.

Dan Peterson andava ripetendo che Milano era la 25^ squadra dell’NBA: la cronaca restituì invece alla capitale la giusta dimensione anche nel basket con Il Banco Roma che si laureò campione d’Italia, battendo proprio la Billy Milano di Meneghin, Mike D’Antoni e Roberto Premier in gara 3 dei play off per 97-83, dopo aver concluso in testa anche la regular season. Quel 13 aprile 1983 al PalaEur si assiepano addirittura 14.348 tifosi: record assoluto per la storia della pallacanestro italiana. Il Banco Roma porta a casa gara 1 davanti ad 11.500 tifosi, battendo Milano per 86-73, ma perde tre giorni dopo la rivincita con Gallinari che annulla Wright: tutto rimandato così alla terza decisiva partita.

“L’ingresso in campo di Gallinari contro il nostro Wright – commenta il coach Bianchini – non fu negativo per noi, ma per il gioco del basket. La Billy aveva già perso il suo scudetto: quello dello spettacolo in campo”.

Nella bolgia del PalaEur, gremitissimo di tifosi giallorossi, Roma stende Milano e vince il suo primo (ed unico) storico scudetto sotto i colpi di un super Gilardi (23 punti), di uno scatenato Wright (22 punti) e di un indomabile Clarence Kea (18 punti) sotto canestro, in doppia cifra anche Polesello e Solfrini (entrambi 13 punti). Quella notte, con lo scudetto appena cucito sul petto, il grande Larry Wright era a Piazza del Popolo a festeggiare: al dito portava sempre l’anello di campione NBA vinto quattro anni prima a Washington.

“Mi confidò Wright – racconta Valerio Bianchini – che la sera prima aveva tenuto l’anello sul comodino il segno di buon auspicio e nella speranza che lo avrebbe ispirato il giorno dopo in campo. Altro che se funzionò! In quegli anni si potevano tesserare solo 2 stranieri, nel ruolo di pivot avevamo il talento emergente di Polesello e decisi allora per puntare su un play americano che potesse fare la differenza. L’agente di Wright mi disse che aveva smesso di giocare, ma volli comunque raggiungere Monroe, in Louisiana, per cercare di convincerlo a riprendere a giocare. Il suo carattere non era certo facile: cresciuto dopo gli anni della segregazione razziale, conservava dentro quel senso di ribellione. Figlio di una famiglia numerosa, era la nonna di fatto ad avere le redini della casa. Mi confidò   che un giorno, per non fare tardi ad una partita, Wright nascose i suoi piatti da lavare sotto il lavabo della cucina, al suo ritorno la nonna gli consigliò di diventare un grande giocatore di basket altrimenti avrebbe fatto il lavapiatti per tutta la vita. D’altronde per un ragazzo di colore del profondo sud c’erano solo due strade per emergere nella vita: la musica e lo sport. Gli citai i nomi di alcuni professionisti americani che avevano continuato la loro carriera in Italia, nel tentativo di convincerlo ad accettare la nostra proposta. La nostra stretta di mano sancì l’inizio di un ciclo straordinario a Roma”.

L’anno successivo a Ginevra, il 29 marzo 1984, arriva la conquista della prima Coppa dei Campioni, eliminando nel cammino club titolati come Maccabi Tel Aviv, il Bosna Sarajevo e la Pallacanestro Cantù: Roma è nella storia per sempre. Il ciclo non finì qui: nella stagione 1984-85, dopo una serie di gare disputate a San Paolo di Brasile, la squadra di Bianchini conquista anche la Coppa Intercontinentale. “Un triennio fantastico – sottolinea il coach Valerio Bianchini – la città di Roma era la regina dello sport: il doppio scudetto del 1983, nel calcio e nel basket, proiettò la capitale nell’olimpo delle grandi. L’anno successivo sfiorammo una epocale doppietta in Coppa Campioni: allo stadio Olimpico solo i rigori sfortunati frenarono la Roma contro il Liverpool.  La nostra conquista della Coppa Campioni, battendo in finale il favoritissimo Barcellona, resta un traguardo nella storia della pallacanestro italiana. Vincere scudetto, Coppa Campioni ed Intercontinentale trasformò i giocatori del Banco di allora in autentici personaggi. Ancora oggi a Roma i tifosi ricordano quella storica serata a Ginevra con la Coppa Campioni alzata al cielo dal capitano Polesello”.

I giocatori del Banco Roma divennero così negli anni delle icone del basket non solo capitolino: Larry Wright (“un talento straordinario ma dal carattere vulnerabile, quando perdeva era una furia”), Fulvio Polesello (“giocatore determinante anche per la Nazionale, atleta di grande umanità fuori dal campo”), Enrico Gilardi (“un leader silenzioso, carismatico, con una personalità fuori dal comune, dotato in campo di una grande intelligenza tattica”), Clarence Kea (“lo prendemmo prima dei play off  dai Detroit Spirits per sostituire l’infortunato Kim Hughes: fu il primo pivot che riuscì a fermare il grande Dino Meneghin”), Stefano Sbarra (“a soli 22 anni mise a segno dalla lunetta i canestri decisivi contro il Barcellona: l’inizio straripante della sua lunga carriera”).

Con loro una serie di talenti nel roster della Virtus che scrissero la storia del basket capitolino: Kim Hughes, Roberto Castellano, Marco Solfrini, Peppone Grimaldi, Massimo Prosperi, Egidio Delle Vedove, Fabrizio Valente.

“Un aneddoto? Finale di Coppa Campioni contro il fortissimo Barcellona. Alla fine del primo tempo – racconta l’ex c.t. della Nazionale – stiamo sotto di dieci punti: giochiamo male, senza testa, con poco mordente. Mentre mi avvio negli spogliatoi comincio a pensare cosa dire alla squadra per farla reagire. Trovo invece negli spogliatoi un Larry Wright incavolatissimo che sbraita in un dialetto della Luisiana incomprensibile. Noi tutti zitti. Lo guardo e gli dico: sì Larry, hai ragione, faremo proprio così adesso. Furono le uniche parole da me pronunciate. Morale? Vinciamo la partita, Gilardi riesce anche a far espellere il talento spagnolo Juan Antonio San Epifanio che quella finale realizzò 31 punti. Alla fine della partita i cronisti mi chiesero cosa mai avevo detto alla mia squadra nell’intervallo per trasformarla così nel secondo tempo: non seppero mai la verità. Fu una rimonta in campo indimenticabile per tutti i tifosi: nel secondo tempo riuscimmo a recuperare dal -10 dell’intervallo grazie ad un gruppo straordinario di  giocatori col cuore immenso”.

Altri tempi, dove il coach era anche un comunicatore, un vero narratore dentro e fuori il rettangolo di gioco. Altre emozioni: “Negli anni ’80 allenavo i ragazzi con una identità precisa. La globalizzazione ha fatto perdere certi valori, ora tutto ruota attorno al nudo e crudo valore del guadagno. Un tempo i giocatori andavano dai presidenti che pertanto rivestivano il ruolo anche di padri, oggi i giocatori vanno solo dai loro procuratori: non è la stessa cosa. Anche gli allenatori hanno smarrito l’appeal del comunicatore: un tempo il coach era il grande narratore dietro le quinte, oggi è legato al  suo tecnicismo e pecca nella comunicazione, non sa emozionare”. 

Coniugare mirabilmente basket, cultura, emozioni e spettacolo, è un arte che appartiene solo ai grandi maestri dello sport.

Lui, Valerio Bianchini, c’è riuscito. Con classe ed intelligenza.

(Intervista di Marco Tosarello)

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