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LA VOCE DELLA PASSIONE

INTERVISTE – Luca Tramontin sul rugby femminile al termine dei Mondiali francesi

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È da poco finito il Mondiale di Rugby femminile in Francia, purtroppo l’Italia non partecipava e da noi non si è visto, ma si parla di un grande successo, in che senso?
“Secondo me in ogni senso possibile, partirei dal livello del gioco, dal pubblico che per le partite della Francia viaggiava tra i mille e i seimila spettatori, e soprattutto per le cifre televisive da sport maggiore su rete maggiore (si parla di milioni di spettatori su France4). Inoltre ha vinto l’Inghilterra, in una finale inedita contro il Canada, con lo stadio pieno, più di 25mila persone, nonostante l’eliminazione della Francia. Gioco bellissimo, a parte Francia-Sudafrica, le partite che ho visto sono state tutte molto belle, soprattutto Francia-Galles”.

Qual è il principale ostacolo nella diffusione?
“Nei paesi latini lo sport femminile tende a rimanere un po’ più indietro rispetto al nuovo mondo e al nord Europa, è una questione generale, in aggiunta il contatto fisico è ancora visto come dannoso e pericoloso, a volte (purtroppo) giustamente”.

Giustamente? È abbastanza sorprendente questa dichiarazione da parte tua.
“Si. Decenni fa ho visto una partita femminile, ovviamente a 15 (sembra quasi che partire con il 7 sia peccato) e c’erano atlete in mischia che non sapevano dove infilare la testa, ci sono state proteste e miserie varie. Io stesso, pur profondamente femminista, non ne ho voluto sapere per qualche anno. Gestito cosi è pericoloso, rovina le ginocchia e l’immagine, secondo il luogo comune “meglio che niente”, invece le ginocchia e l’immagine vanno riparate e spesso non tornano più come prima. Il passaggio più logico (con varie eccezioni locali) dovrebbe essere: Touch (e allenamento ai cuscini da impatto), Rugby Seven per chi ha superato la barriera psicologica del contatto, quindi decidere se passare al 15 o restare al 7. Per il 15 ci vogliono i numeri, se chiami la gente a casa la squadra perde carisma e l’infermeria si affolla”.

 Quindi “meglio niente?”
“Il “meglio che niente” è un problema anche televisivo, è dannoso trasmettere femminile solo per far vedere che sei democratico, che loro sono meritevoli e poi chiedere al marito se a casa lo mena e via di luoghi comuni. Lo spettatore (se va bene) dice “urca, che eroiche” ma non manda la figlia a giocare. Ci vuole bel gioco, qualche storia interessante, atmosfere coinvolgenti, anche spartane ma affascinanti.
Il botto televisivo di France4 è dovuto anche al fatto che i colleghi hanno lavorato benissimo, oltre ovviamente ai club e alla FFR. Da semplice spettatore conosco tutti i nomi delle francesi, perché fanno vedere profili, le chiamano a commentare la maschile, a parlare di vero rugby, di vita, di altri sport. Ovviamente quando le vedi giocare sei più coinvolto, anche perché la produzione dei match è stata fatta con un alto numero di telecamere, con la regia accurata di qualcuno che conosce il gioco e con un pacchetto grafico uguali a quelli messi in campo per i grandi eventi ovali in generale. I due milioni e 300mila spettatori della finale vengono soprattutto dal lavoro televisivo dello scorso 6 Nazioni. In altri paesi si sbatte l’evento in Tv, magari in contemporanea con lo sbarco su Marte, poi si guardano le cifre, si conclude che “Nun fa odienz” e si cancella”.

Da dove parte la tua passione per il rugby femminile?
“Non mi ricordo, ma ho sempre preferito allenare ragazze e disabili rispetto alle maschili dei diversi tipi di rugby, non so perché. A Lugano nel 2008 abbiamo fatto una bellissima Seven Femminile che in pochi mesi era passata dal touch al Rugby con ottime partite a Ginevra, Zurigo e in giro per la Svizzera, adesso purtroppo non è rimasto niente. Poi per parecchi anni ho allenato la femminile del Lugano di Football Australiano, altra esperienza che rimpiangerò, devo lasciare per qualche anno “causa” Sport Crime, ma questa volta eredita Gianluca Veneziano quindi dormo tranquillo. Mi dispiace anche che Daniela non possa più giocare, d’altronde saremo troppo poco in Ticino”.

La storia però parla del rugby come di una disciplina tipicamente maschile, perché?
“Perché lo era, ma bisogna entrare nel contesto. Gli studi erano riservati agli uomini, di conseguenza gli sport dei college e delle università, l’allargamento è arrivato tardi in generale, non solo nel rugby o nel cricket. Se dimentichiamo questo dato storico otteniamo una versione falsata. Come falsata è anche l’immagine fisica”.

In che senso? I soliti luoghi comuni?
A microfoni spenti molti (purtroppo anche addetti ai lavori) parlano comunemente delle rugbyste come di giocatrici dalla figura grossa e mascolina, mentre questo Mondiale, ma non solo, ha fatto vedere atlete aggraziatissime. Premesso che è un diritto legittimo essere grosse e gay, e trovo magnifico che tribune intere possano tifare atlete con i fianchi larghi, è uno dei vanti dei nostri sport, perché deve valere solo per gli uomini? Certi ruoli servivano ai college post rivoluzione industriale a includere tutte le taglie, è tutto radicato nella storia, nella democrazia e nel fair play del rugby. Chiarito questo, inviterei a studiare i movimenti e il gioco al piede di Sandrine Agricole (che purtroppo smette), i passi laterali di Carla Hoepa, le linee di corsa della canadese Harvey (premiata come miglior giocatrice dell’anno dall’International Board, a questo link vedi la sua meta spettacolare in semifinale contro la Francia.

Come nella maschile, il grande Rugby ha nella sua storia il fisico da scaricatore di Jean Pierre Garuet o le movenze femminili di Benji Marshall. Ogni giocatore ha le sue caratteristiche, il suo bilanciamento di maschile o femminile, lo dico senza problemi sapendo come verrà letta e da chi sarà fraintesa questa dichiarazione. Marshall e Garuet di sicuro non si offendono, ne ho già parlato a entrambi”.

 

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