INTERVISTE – Luigi Riva, allenatore ai confini dell’Italia e dell’hockey

Giovani sportivi d’élite, con l’obiettivo di diventare professionisti, ma anche con l’impegno della scuola e le problematiche adolescenziali a incastrarsi in giornate fitte e spesso sfinenti. Determinazione e impegno sono fondamentali, ma anche una guida sicura e rigorosa sul “campo” e un sostegno partecipe fuori, in famiglia.

Una ricetta dagli equilibri non facili ma che per Luigi “Luli” Riva, coordinatore del settore giovanile dell’Hockey Club Lugano è decisiva per la formazione e l’educazione dei ragazzi, non solo come giocatori, ma anche come persone.

Il suo punto d’osservazione ci permette non solo di analizzare un tratto chiave del percorso che i giovani hockeysti percorrono per affacciarsi al mondo del professionismo, ma anche di aprire una prospettiva interessante sulla situazione dell’hockey giovanile italiano.

Luli Riva

A questo proposito quello che a Riva non va giù è il regolamento che prevede che i ragazzi italiani di passaporto, ma di scuola hockeystica svizzera (e non sono pochi, il confine è così vicino) non possano essere convocati nelle nazionali giovanili: “Ma come è possibile? Noi siamo fieri quando i nostri ragazzi svizzeri imparano e crescono in paesi hockeysticamente più avanzati, come per esempio la Svezia. Li richiamiamo in nazionale con orgoglio e la loro esperienza è un vantaggio sia per la squadra sia per i compagni. È inaccettabile che un ragazzo italiano che non abbia un primo tesseramento in Italia e non abbia giocato per 18 mesi con una squadra italiana non possa giocare nella nazionale del suo paese, è come ritirargli il passaporto. In federazione questi temi non si affrontano? Servono forse cambiamenti o persone nuove che con coraggio cambino situazioni come questa?”. 

Anche perché sono tanti i ragazzi che guardano alla Svizzera, al Ticino, come un’occasione di crescita sportiva: “Sono molti quelli che vogliono venire qui per imparare, migliorarsi, ma purtroppo non per tutti è possibile e non dovrebbe essere così. Dovrebbero poterlo fare anche in Italia, ma ci sono pochi allenatori con competenze “discutibili” e, al di là degli investimenti, credo manchi l’etica sportiva. La Svizzera può aiutare a creare giocatori che poi vadano in nazionale, ma non possiamo indurre la mentalità.  Guardando per esempio all’enorme bacino di utenza di Milano e alle sue risorse economiche penso che manchino appunto la mentalità e l’approccio giusto per riuscire a coinvolgere e tenere focalizzati i ragazzi che sono costantemente distratti da tanti input. Credo sia sbagliato puntare alla KHL o contare sul magnate di turno. Creare entusiasmo dal basso costituisce una base solida e per farlo bisogna ripartire dal settore giovanile, avere un’unità d’intenti e si, fare fatica, perché i primi risultati arriveranno dopo 10-12 anni, un’intera generazione sportiva”.

La realtà dell’hockey italiano parla anche di campionati sovranazionali, che anche in altri sport stanno diventando occasione di crescita e confronto internazionale: “Personalmente è una soluzione che non mi piace. Capisco che possa essere più interessante per gli sponsor naturalmente, ma credo sia una perdita per il paese. Vorrei vedere un confronto a livello nazionale in cui ci sia spazio anche per i giovani e poi una bella Coppa Europa fatta bene”. 

Soprattutto però quello che guarda Riva è lo sguardo dei ragazzi: “I giovani hockeysti italiani non hanno niente in meno dei nostri ragazzi. Nei loro occhi vedo tanto entusiasmo e voglia di imparare. Questo è bellissimo e ti chiedi dove sarebbero se avessero avuto la possibilità di crescere e confrontarsi con l’alto livello”.

A questo punto a unificare il percorso di tutti, italiani o svizzeri, è la presenza, o assenza, della famiglia: “L’allenatore che dice che la squadra ideale è una squadra di orfani dice una cavolata enorme. Senza l’apporto e il sostegno della famiglia non arrivi da nessuna parte, poi è vero che le famiglie che aiutano sono poche e non sono più stabili come prima”. I social network entrano in varie forme nell’equazione : “Hanno creato maggior consapevolezza, ma stressano le aspettative e hanno costruito genitori-allenatori che fanno un lavoro non corretto. Siamo noi adulti che facciamo la differenza, spesso nel male”.  

Ecco allora che riemerge con forza la funzione di “guida” dell’allenatore: “Il ragazzo, il giocatore ha la sua strada. Io mi chiedo come posso dare il meglio, come i ragazzi possono approfittare del meglio da me. È un lavoro sociale importante. Il 95% per cento dei giovani hockeysti svizzeri non raggiunge il livello del professionismo e per me come formatore mi si creano molte domande sul perché… Non si ha più pazienza, si sta esagerando, si toglie al ragazzo il gioco per anticipare altro e questo ha portato a un tema di discussione molto sentito in Svizzera: dove si è persa la creatività? Togliendo il gioco e la spensieratezza. A cosa mi serve una tecnica perfetta se non ci sono cuore e testa? Si vogliono a 12 anni i risultati che dovrebbero arrivare a 19, poi quando il gioco si fa duro i ragazzi crollano perché non sono pronti di testa, di carattere”.

Il panorama sembra fosco perché le stesse problematiche sono dibattute anche in altri paesi, come per esempio la Svezia dove la distrazione da smartphone a affini è uno dei temi sul tavolo,  ma i segnali positivi sono la consapevolezza e la volontà di investire: “Perché i valori dello sport sono una vera ancora di salvezza per i nostri ragazzi”.

Daniela Scalia
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Conduttrice di vari programmi di Rugby e Hockey, giocatrice di cricket, football australiano e sport gaelici, attualmente impegnata a scrivere e interpretare Sport Crime, la prima fiction interamente dedicata allo sport.