MONDIALI 2018 – Oscar Tabarez, maestro di calcio e di vita

Tabarez: maestro di calcio e di vita. Senza retorica

Siamo prossimi ai quarti di finale dei Mondiali di Russia. Sì quelli che dopo tanti anni noi italiani guardiamo da spettatori. Amen. Pensavo peggio sinceramente. Personalmente, tolta la passione per la mia nazionale, ho visto per la prima volta le partite con uno spirito diverso, senza tifare davvero per nessuno, una sorta di disintossicazione salutare (basti che sia passeggera eh, non voglio essere ipocrita).

Un Mondiale ha sempre mille storie da raccontare, di vario tenore. Alcune entrano nella Storia, altre nelle curiosità, altre ancora nel gossip, altre ti entrano forte e dure nel cuore.
Oggi voglio parlare del tecnico dell’Uruguay, squadra sudamericana giunta ai quarti con merito e che affronterà la forte Francia del fenomeno del futuro, Mpabbè (anche del presente in realtà). Il suo nome è Oscar Washinton Tabarez, classe 1947, ex calciatore della sua nazionale e vero vincitore, a prescindere dal risultato finale, della competizione, ben organizzata fin qui, dalla Russia.

Da anni soprannominato El Maestro, per il suo passato da insegnante, Oscar ha allenato anche in Italia, a dire il vero senza troppa fortuna. Probabilmente non gli è stato dato il tempo necessario per esprimere il suo talento al Milan e poi al Cagliari, esperienze finite con un esonero, nonostante la sua prima esperienza in Sardegna si fosse conclusa con un buon nono posto in classifica.
Eppure la sua carriera è costellata di successi: ripetute qualificazioni della Celeste ai Mondiali, vittoria della Coppa America nel 2011, una Coppa Libertadores con il Penarol, eletto due volte miglior allenatore sudamericano dell’anno nel 2010 e nel 2011.
Il Maestro però in questi mondiali ha già commosso il mondo, non per i risultati fin qui raggiunti,molto positivi, ma per i suoi gesti in panchina, per la sua umanità, per la sua educazione (sempre mostrata anche in Italia).
Oscar soffre da tempo di una neuropatia, la sindrome di Guillan- Barrè, malattia degenerativa che lo ha costretto ad allenare in una sedia a rotelle o a muoversi in panchina con una stampella.

Stampella, sì, che è diventata una dei simboli in Russia, sventolata ai gol di Cavani e compagni, per festeggiare la vittoria della sua nazionale, dei suoi ragazzi, ma anche un gesto liberatorio, di libertà, di speranza, di coraggio, di forza di orgoglio.
Non ha mai cercato compassione il Ct, ma ha sempre manifestato gioia di vivere ed entusiasmo. Ascoltate i suoi giocatori nelle interviste: lui è sempre il Maestro, non di calcio, ma soprattutto di vita.

Non si sente retorica nelle parole dei suoi giocatori, che esaltano nel loro mister la pacatezza, la tranquillità, l’amore che trasmette verso il calcio e che permette loro di scendere in campo con lo spirito gusto, con serenità.

A 71 anni rifiuta l’immagine del supereroe, con orgoglio e umanità e dispensa, come un vero guru, frasi che non lasciano indifferenti: “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare.” Questa è una delle sue citazioni preferite, bellissima da leggere e che fa riflettere.

Ti auguro Oscar che l’utopia ti porti lontano, non tanto nel Mondiale, quello è solo sport, ma nella battaglia più grande che stai combattendo. E’ una lezione per me e per tutti quelli che la vogliono cogliere. Mi auguro di rivedere ancora quella stampella in aria nelle prossime settimane, te lo meriti, Maestro.

In un Mondiale in cui la maggior parte delle presunte big è già uscita, tu sei già un vincitore, senza enfasi, senza pietismo, senza falsa retorica. La tua malattia è grave, il corpo, purtroppo ce lo rivela, ma la tua anima, la tua mente, il tuo modo di pensare hanno già vinto e da buon maestro ci hai dato una lezione: mai mollare.

Grazie Oscar, e scusami, se quando eri al Milan, non avevo capito che prima dei successi, viene l’uomo, la sua filosofia, il suo stare al mondo, con dignità e con dei silenzi che a volte valgono più di mille parole.

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Nato a Monza il 12 gennaio 1977, siciliano di origine, uomo di mondo d’adozione. E’ laureato in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Milano. Amore smisurato per lo sport, dal calcio al basket, disciplina quest’ultima praticata per oltre dieci anni in gioventù, con la passione per le storie belle da raccontare.