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LA VOCE DELLA PASSIONE

Essere Sinisa Mihajlovic

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“Mi chiamo Sinisa e sono nato due volte. La prima il 20 febbraio 1969 a Vukovar, ex Jugoslavia, oggi Croazia. Devo ringraziare mia madre Viktorija, croata, e mio padre Bogdan, serbo, per avermi messo al mondo. Quando è successo era un giovedì, non ho pianto. Mi hanno raccontato che avevo già un’arietta da duro, hanno dovuto sculacciarmi tre volte per farmi emettere un urlo. Cinquant’anni dopo, il 29 ottobre del 2019 sono nato una seconda volta, all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. E stavolta devo ringraziare un ragazzo americano, sconosciuto, che mi ha donato il suo midollo osseo e l’equipe medica che si è occupata del trapianto per curare la leucemia. Quel giorno era un martedì, ho ricevuto da tutti solo carezze, eppure ho pianto a lungo. Mentre, a cinquant’anni, tutto questo mi passava davanti agli occhi, solo pochi mesi dopo sarebbe iniziata la partita più importante, quella della vita. Un dolore improvviso, le analisi, la diagnosi: leucemia acuta mieloide. L’annuncio, il ricovero, le cure, il coraggio che fa a pugni con la paura. Le lacrime, la speranza. Il trapianto, il ritorno in panchina, la riscoperta delle piccole cose. Nel mio destino però c’è scritto che debba provare tutto, anche la positività al Covid, il virus che ha chiuso in casa il mondo. Sono sempre stato un uomo difficile, divisivo, che si esaltava nello scontro. Spesso muscolare. Ho un carattere forte che per molti diventa sinonimo di caratteraccio. Forse perché non mi sono mai nascosto, prendendo anche posizioni scomode o sconvenienti. Sono serbo dalla testa ai piedi, con i pregi e difetti del mio popolo orgoglioso”, ha raccontato all’interno del libro scritto col giornalista de La Gazzetta dello Sport, Andrea Di Caro, dal titolo “La partita della vita”.

Nel luglio 2019 Sinisa Mihajlovic, grande ex calciatore dal passato eccellente (titoli con la sua Stella Rossa, ma anche successi con le maglie di Lazio ed Inter su tutte), annunciò in conferenza stampa di avere la leucemia. Passato al ruolo di allenatore, in quel periodo stava iniziando la sua nuova stagione come tecnico del Bologna.

Un mese e mezzo dopo, provato dai terribili cicli di chemioterapia, lo si vide sbucare a sorpresa dal tunnel dello stadio “Bentegodi” di Verona per la prima partita della nuova stagione di Serie A: “Ero 72 chili, più morto che vivo, ma lo avevo promesso ai ragazzi e dovevo esserci”, raccontò tempo dopo Mihajlovic. Quelle immagini fecero il giro del mondo: lui, un roccioso-grintoso vecchio difensore, combatteva contro l’avversario più forte mai incontrato finora.

Cominciò a seguire gli allenamenti del suo Bologna da remoto, spesso chiuso nella stanza da letto dell’Ospedale Sant’Orsola. Gli serviva anche per ricariche energie in vista della domenica, in cui si presentava regolarmente in panchina. E regolarmente aveva sempre un grande tributo da parte anche delle tifoserie avversarie, comprese quelle con cui in passato ebbe più di un problema: “Non sono abituato ad avere questo affetto, sono sempre stato uno divisivo”.

Mihajlovic ha poi affrontato anche la positività al Covid-19, una nuova ricaduta della malattia, ma in questo terribile viaggio burrascoso ha riscoperto un’altro se stesso: “Ricevere la notizia della malattia è stata una bella botta e sono rimasto due giorni chiuso in camera a piangere e a riflettere. Mi è passata tutta la vita davanti… Ora che farò? Rispetto la malattia, ma la guarderò negli occhi, la affronterò a petto in fuori e so già che vincerò questa sfida, non vedo l’ora di andare in ospedale: prima comincio le cure e prima finisco. La leucemia è in fase acuta, ma attaccabile: ci vuole tempo, ma si guarisce. Non voglio far pena a nessuno, ma spero che da questa storia tutti capiscano due cose: nessuno è indistruttibile e la prevenzione è importante. Nella mia vita ho sempre dovuto combattere, nessuno mi ha regalato nulla e sono sicuro che da questa esperienza ne uscirò come un uomo migliore”.

Le gioie della sua famiglia lo aiutano in questa durissima lotta (clicca qui per vedere il video dell’annuncio da parte della figlia, che sarebbe diventato nonno), così come la vicinanza dei suoi calciatori (clicca qui).

Il suo esempio, determinazione impastata con resilienza, ha dato speranza a tanti malati che ogni giorno combattono tra le mura di un Ospedale e circondati dai propri cari. Durante una sentita conferenza stampa al rientro dopo mesi difficili, lo stesso Mihajlovic ebbe la forza di distribuire coraggio agli altri: “Voglio dire a tutti quelli che sono malati di leucemia o hanno qualche altra malattia grave, che non si devono sentire meno forti se non affrontano la malattia come l’ho affrontata io. Perchè non c’è da vergognarsi ad avere paura, da piangere, da essere disperati. L’unica cosa che non devono perdere mai è la voglia di vivere”.

A settembre il Bologna interrompe sul suo contratto di lavoro, e Sinisa si concentra esclusivamente sulla sua malattia. Il 1° dicembre 2022 l’ultima uscita pubblica, per presenziare a sorpresa alla presentazione del libro del suo ex allenatore Zeman. Venerdì 16 dicembre la terribile notizia della sua scomparsa: “Non so cosa mi riserverà ancora il futuro, ma so che rivivrei e rifarei tutto, nello stesso modo – scriveva sempre nel suo libro -. Anche gli sbagli, anche i dolori. Perché non esistono vite perfette. E sarebbero pure noiose. Ho vissuto ogni partita come fosse la vita. E la vita come fosse una partita. Se oggi sono quello che sono, è grazie a tutto quello che mi è successo”.

Lo scorso 22 dicembre, pochi giorni dopo la scomparsa, destino volle che il suo Bologna disputasse un’amichevole a Verona, proprio su quel campo dove, nell’agosto 2019, si presentò all’inizio della battaglia contro la leucemia. Sinisa Mihajlovic ha lasciato il segno.

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