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Formula 1 e MotoGP: gare da bulli

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Il leggero contatto tra Lewis Hamilton (30 anni) e Nico Rosberg (30) alla prima curva del GP degli Stati Uniti 2015

 
E’ passata una settimana, ma le immagini degli ultimi GP di Formula 1 e MotoGP le ricorderemo per lungo tempo.

Lewis Hamilton alla prima curva del Gran premio degli Stati Uniti, subito dopo il via, ha allargato la traiettoria in uscita per spingere leggermente fuori pista il compagno rivale Nico Rosberg. Una manovra al limite del regolamento, sicuramente oltre il fair play, simile a quella operata da Valentino Rossi dall’altra parte del Pacifico, in Malesia, qualche ora prima.

Lewis ad Austin ha effettuato un sorpasso simile a quella di Suzuka: Rosberg era anche in Giappone in pole position, al suo fianco l’inglese, che scattava meglio nei primi metri; il tedesco non chiudeva immediatamente la traiettoria, Hamilton si affiancava e all’uscita della prima curva sfruttava tutta la pista, portando largo l’avversario.
Ad Austin, complice una prima curva più stretta, i duellanti sono arrivati addirittura al contatto. Rosberg non solo ha dovuto frenare ma è anche uscito leggermente dalla pista, perdendo un paio di posizioni.

Forse è stata una manovra eccessiva quella di Hamilton, considerando che aveva in tasca il campionato e che al suo fianco c’era il compagno di squadra. In realtà se Lewis proprio in Texas si è laureato per la terza volta in carriera campione del mondo di Formula 1, è proprio per questa grinta che gli permette di vincere anche nei GP in cui non si lancia in fughe, partendo dalla pole position.
La gara ha quindi visto Hamilton trionfare, nonostante una corsa caotica per via dalla pista umida e delle tante Safety car.

Anche il dopo gara non è stato privo di “incontri ravvicinati”.
Tra i momenti più curiosi per coloro che assistono ai GP di fronte alla TV, ci sono quei pochi istanti del dopo gara, quando i piloti salgono nella saletta antistante al podio. Lì, non ancora abbandonati dall’adrenalina della corsa, finalmente senza casco e cuffiette radio, i primi tre discutono della gara appena conclusa, dando modo agli spettatori di cogliere i loro umori e le loro idee sul GP; sono schegge di sincerità, merce rara nello sport di oggi; sono rapidi scambi di battute, impressioni non filtrate da alcun addetto stampa. Purtroppo i registi italiani non l’hanno ancora capito perché, che sia RAI o Sky, l’attesa della cerimonia del podio viene rigorosamente dedicata all’intervista “a caldo” del team principal Ferrari, che piomba in diretta con un tempismo diabolico proprio mentre i piloti discutono nella “saletta confessionale”.

In Texas, Hamilton, entra in quella saletta in estasi, impaziente di celebrare il titolo sul podio americano. Lewis, dopo essersi inginocchiato per lungo tempo, distrutto dalla gioia, indossa il cappellino della Pirelli col numero 1, come vuole il rigido protocollo della premiazione. Poi l’inglese avvicina il berretto col 3 a Vettel, che con la Ferrari si è piazzato terzo, e poi lancia l’altro cappellino col numero 2 al compagno di squadra, seduto, defilato, deluso per l’ennesima occasione sprecata. Di getto Rosberg rilancia piccato a Lewis il “cappello del secondo”, manco fossimo in un saloon del vecchio west. Gelo tra i due, che si ignorano successivamente sul podio.

Duro in pista, ma un po’ troppo gradasso fuori. Nonostante le umili origini di cui spesso parla, Hamilton è così, si atteggia da star, ha il vizio di strafare anche nella vita privata. In pista sminuisce compiaciuto il proprio compagno di team con atteggiamenti discutibili. Forse per essere campioni è sufficiente battere i propri avversari, compagno di squadra incluso ovviamente, ma non è necessario mancare di rispetto o ignorare di proposito, con gesti infantili, un altro pilota: oltretutto se si tratta del compagno, al quale magari si è rifilata una ruotata alla prima curva.

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Un fermo immagine dello screzio avvenuto tra Hamilton (30) e Rosberg (30) nel dopo gara di Austin

 
In Malesia, nella gara della MotoGP, le botte non sono arrivate alla prima curva, ma al 7° giro; protagonisti Valentino Rossi e Marc Marquez.

Nella bagarre che vale il terzo posto, l’italiano è convinto che lo spagnolo stia lottando con lui al solo fine di ostacolarne la rimonta iridata. Jorge Lorenzo, il diretto rivale di Rossi, infatti, è davanti ai due sfidanti, già alla caccia del leader Daniel Pedrosa.
Dopo una serie di giri in cui la sfida è serrata e l’incidente sembra imminente, Valentino frena e costringe Marquez a rallentare il suo inserimento in curva. Una manovra che a volte viene fatta nelle quattro ruote, simile per certi versi a quella effettuata da Hamilton in Texas, ma anomala per una gara del Motomondiale ed eccessiva per quel 7° giro di corsa. Rossi, affiancato, guarda più volte il giovane pilota della Honda, poi c’è il contatto e la caduta di Marquez.
Il pilota della Yamaha riesce a portare a termine il GP, salendo sul terzo gradino del podio, mentre Marquez si ritira, una volta risalito in sella dopo la caduta.

A motori spenti la direzione gara penalizza giustamente il numero 46, ma riconosce nella condotta di corsa di Marquez qualcosa di anomalo: «Valentino è stato del parere che Marc lo abbia deliberatamente rallentato per abbassare il ritmo della gara. Abbiamo ascoltato entrambi i piloti; siamo del parere che c’è stata colpa da entrambe le parti, ma secondo le regole Marquez non ha cercato alcun contatto, quindi non ha infranto alcuna regola, ma riteniamo che il suo comportamento stava infastidendo Rossi che pertanto ha reagito. Purtroppo ha reagito in un modo che va contro le regole», queste le parole di Mike Webb, uno dei tre direttori di corsa a Sepang.

Impossibile ora entrare nella mente dei due centauri e capire se realmente Rossi sia stato vittima di un atteggiamento ostruzionistico da parte di Marquez. Valentino ha sempre una lettura di gara impeccabile, è uno degli sportivi più onesti e brillanti, e per questo è amato in tutto il mondo; eppure non ci sono delle prove schiaccianti contro Marc, e lo spagnolo ci ha abituato al suo stile di guida sempre “sopra le righe”.

Nel caos di critiche, insulti, penalità e ricorsi che si sono abbattuti sul Motomondiale, al centro dell’attenzione planetaria come non mai, meritano di essere ricordate le parole, sempre profonde e intelligenti, di Giorgio Terruzzi, firma storica del motorismo, autore di un commento al “fattaccio”, il giorno dopo, sulle pagine del Corriere della Sera: «Nel gesto di Valentino c’è qualcosa che riguarda ciascuno di noi, la nostra ombra, il luogo dove risiedono sentimenti oscuri, sollecitati da una provocazione, da una violenza che impedisce il raggiungimento di uno scopo estremo. […] Marquez, il baby fenomeno, è apparso come un deliberato vendicatore. Voleva fare a botte. […] Così, la reazione di Valentino diventa, se non altro, più comprensibile, mostra il verso di una umanità schietta. Nei suoi panni possiamo ritrovarci in tanti. Nei panni di Marquez faremmo più fatica, si spera, ad entrarci».

Marquez ha ignorato quella regola non scritta, che tutti i campioni maturi osservano: quando nelle ultime gare ci si trova a lottare contro chi si sta giocando il campionato, si deve prestare un’attenzione maggiore del solito, evitando qualsiasi contatto che possa stendere uno dei contendenti al titolo. Non si tratta di regole ma di fair play. Certi tempi effettuati in gara e alcuni sorpassi sporchi gettano ombre sulla maturità del pilota della Honda, che ora ha solo la gara di Valencia per dimostrare a tutti che il suo reale obiettivo è solo ed esclusivamente la vittoria.

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Marc Marquez (22), pilota ufficiale della Honda HRC dal 2013

 
Francesco Bagini
La Formula Magica

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